venerdì 17 gennaio 2020

Scegliere la giusta scarpa da trekking


La scelta delle scarpe, o meglio degli scarponi da trekking è molto personale, uno degli aspetti fondamentali è infatti la calzata, ciascun piede richiederà la sua scarpa in base alla conformazione ed al passo del camminatore. È quindi ovvio che lo scarpone perfetto per me non sarà necessariamente il migliore per tutti. Purtroppo il confort non può essere valutato soltanto indossando lo scarpone in negozio, lo si può testare solo in cammino, mettete quindi in conto la possibilità che il vostro primo paio di scarpe potrà non essere quello definitivo. Ciò detto però esistono dei criteri generali di cui è bene tener conto nella scelta.

Qualità dei materiali

Mai scegliere una scarpa in base al prezzo, anche se siete trekker occasionali non dite a voi stessi: "tanto le userò poche volte, non vale la pena spenderci troppo", perché potreste pentirvene a metà cammino ed anche perché una buona scarpa da trekking può comunque esservi utile in mille occasioni. È possibile che una scarpa economica sia di buona qualità ma in base alla mia esperienza questo è veramente raro. Se acquistate una scarpa di bassa fascia controllate con attenzione le recensioni degli esperti di settore (ci sono tanti siti utili, magari diffidate di quelli che vogliono vendervi qualcosa. Posso consigliarne uno tra tanti: outdoortest.it). Allo stesso modo il prezzo alto non è necessariamente garanzia di qualità, mi è capitato che scarponi da 200 Euro si siano rotti alla prima uscita. Il consiglio è quello di provare il confort al piede di diversi modelli e scegliere tra quelli più confortevoli il marchio che garantisce la migliore qualità (in base alle informazioni che trovate in rete o, meglio ancora, alla competenza del vostro rivenditore di fiducia). 
Nota importante: lasciate perdere l'aspetto "fashion" della scarpa. Non state andando all'opera, non comprate mai una scarpa per escursionismo perché è carina ed ha le strisce fluo, preferite un cesso di scarpa che vi riporti a casa alla fine del cammino.


Componenti della scarpa

Suola.
Il battistrada dello scarpone deve garantire trazione, stabilità, sicurezza, grip. A ciò contribuiscono forma e materiali. Per quanto riguarda la forma generalmente il fondo presenta scanalature e chiodi (chiodi=tacchetti), sufficientemente marcati da garantire stabilità in terreni fangosi e grip su roccia e superfici scivolose. Il tacco contribuisce ad una maggiore sicurezza in frenata nelle discese, non è sempre presente ma sarebbe bene ci fosse. Buona parte delle suole presentano una corona esterna anteriore di chiodi grandi per la stabilità ed una serie di chiodi interni più piccoli che assicurano maggiore aderenza e trazione. Tutte le suole dovrebbero avere rinforzi anteriori e posteriori per favorire arrampicata e discesa su roccia. Per quanto riguarda i materiali ci sono ormai diversi brevetti che assicurano la resistenza e la durata delle suole da trekking, non solo il Vibram che tutti conosciamo certifica la qualità della gomma. È fondamentale che nelle scarpe che acquistate il fondo sia composto da uno di questi materiali. Un buon battistrada garantisce l'assorbimento delle vibrazioni da passo e attutisce gli urti, evita tagli nei passaggi su rocce affilate e mantiene un buon isolamento termico. 

La parte interna della suola (midsole), quella più vicina al piede, è realizzata in materiale più morbido (es: poliuretano) ed aiuta ad assorbire gli impatti aumentando la nostra resistenza e salvaguardando le articolazioni. Meglio evitare suole troppo rigide come quelle da alpinismo o troppo flessibili e meno stabili, è bene cercare un buon compromesso in base alle nostre esigenze. La soletta interna aumenta il confort e la tenuta del piede evitando che si muova dentro la scarpa durante il cammino, può essere sempre sostituita con uno qualsiasi dei modelli anatomici presenti sul mercato.

Tomaia.
La tomaia è importante quanto la suola, ma la scelta è più soggettiva. Una tomaia in pelle è adatta ad ogni tipo di percorso ma ha una traspirabilità bassa. Per contro una copertura tecnica in materiale sintetico può essere più adatta a climi caldi se studiata per garantire la massima traspirazione del piede. Un piede umido è infatti più soggetto ad escoriazioni e vesciche. 

Io generalmente utilizzo scarpe con tomaia sintetica o mista, anche se mi sono trovato in situazioni in cui, col senno di poi, avrei decisamente preferito avere la copertura in pelle. Pubblico qui di seguito il video di una mia disavventura.



Preferite sempre una scarponcino alto in quanto è indispensabile proteggere la caviglia, una semplice storta vi può mettere in una brutta situazione. Anche se molti vantano la "libertà" concessa da una scarpa bassa meglio lasciar perdere. La scarpa alta tiene inoltre il piede più asciutto in presenza di pioggia o fango. Se proprio uno scarpone alto vi risulta insopportabile scegliete una "mid", è un compromesso che garantisce comunque una discreta protezione ed è molto adatta a cammini di lunga percorrenza che non hanno alta difficoltà tecnica.

Compito fondamentale della tomaia è tenere il piede sicuro ed asciutto. Questa seconda caratteristica, essenziale per una scarpa da trekking è garantita da membrane interne come il GoreTex che permettono la traspirazione ma non fanno entrare l'acqua. La sicurezza del piede è invece affidata a due fattori: la robustezza delle protezioni (quindi materiale resistente e rinforzi anteriore e posteriore), e la tenuta. Il piede deve essere stabile fermo ma non costretto e solo una tomaia ben progettata può garantirlo.

mercoledì 8 gennaio 2020

Trekking nel Sahara - Carovane Berbere (Marocco)





Fare un viaggio o andare in vacanza in una terra sconosciuta sono due concetti estremamente differenti. Il viaggio implica, oltre all'esplorazione del territorio e delle sue bellezze, anche un moto dell'anima ed una compenetrazione con la vita e le usanze locali, la ricerca di affinità con i propri ospiti e la crescita personale. Il viaggio in cammino aggiunge a tutto ciò anche una maggiore consapevolezza ed arricchisce con nuovi incontri e splendide amicizie. Seguendo questa impostazione potete comprendere quanto sia difficile per me descrivere il viaggio (quello vero) che mi ha visto partire da M'Hamid per passare sette giorni nel deserto e rientrare un po' cambiato. Proverò a descrivere questo cammino, tenendo la parte più emotiva per me e gli splendidi compagni di viaggio. Ringrazio Marina, Omar, Said e la Compagnia dei Cammini che hanno reso tutto possibile.

AVVICINAMENTO

L'avvicinamento al deserto meriterebbe un viaggio apposito. Il vasto territorio che si estende tra Marrakech e M'Hamid è spettacolare. Il poco tempo trascorso nella "città rossa" non mi consente una buona descrizione ma resta la sensazione di una metropoli giovane e viva, ricca di colori e densa di contraddizioni, dove profumi di spezie e smog si alternano nell'aria segnando il passaggio dall'antico al moderno.

Le montagne innevate dell'Atlante ci seguono per buona parte del viaggio e la mente del trekker già fantastica di future escursioni in vetta al Toubkal.

Le soste nei punti di ristoro ci regalano panorami mozzafiato su valli e montagne. Passiamo dalle rosse colline caratterizzate dal terreno argilloso e ricoperte di vegetazione sempre più rada, agli scisti grigi e brillanti sulle montagne lungo il valico Tizi n'Tichka, fino agli spettacolari speroni basaltici che tra conformazioni colonnari e colate vulcaniche che formano lunghe lingue grigie, ci accompagnano fino alla meravigliosa valle del fiume salato ed alle ambientazioni che ricordano i paesaggi western nel territorio di Ouarzazate. 

Si arriva infine ai palmeti nella valle della Draa. 
Lungo la strada i villaggi dalle tipiche abitazioni in terra cruda ci avvicinano ad una conoscenza più autentica del territorio, poi confermata con le visite allo Ksar di Ait-Ben-Haddou e la sua kasbah ed ancor più con l'arrivo a Zagora dove la Kasbah è ancora in parte abitata.




IL CAMMINO

Bismillah, così inizia.

Il primo giorno di cammino è breve, da M'Hamid ci avviamo verso il deserto lasciandoci dietro le ultime palme. Da subito piccole dune iniziano ad alternarsi ad ampie distese pianeggianti compattate da vecchie piogge. A tratti il terreno è punteggiato da ciottoli levigati che la Draa ha disseminato tempo addietro, quando ancora la diga non assetava il sud del Marocco. 


Arriviamo al campo giusto in tempo per uno dei più bei tramonti della mia vita, poi familiarizziamo con i riti di convivialità che ci accompagneranno per il resto del cammino e sperimentiamo le difficoltà della vita nella natura selvaggia (per la verità molto attenuate dalle attenzioni degli amici marocchini che si prodigano per noi). 

Dopo un tè che ci riscalda ed uno sguardo alle dune circostanti alla ricerca di un angolo appartato per eventuali necessità fisiologiche, il campo si anima e viene servita la cena. La fortuna di viaggiare col Barbacuoco (il nostro cuoco di montagna) ci garantisce, in questa occasione e per tutti i pasti del cammino, ampia soddisfazione della "panza". Sarà impossibile perdere qualche etto nonostante le lunghe camminate. 

La notte decido di dormire all'addiaccio (o meglio "à la belle étoile" come si dice qui), perché una stellata come questa non l'ho mai vista prima. La Via Lattea si mostra prepotente in un cielo terso, corpi celesti altrove invisibili mi riempiono gli occhi. Vedo satelliti disegnare orbite lente e mi viene da sollevare il braccio per salutare Parmitano. Meteore solcano la volta celeste lasciando ampie tracce e basta un piccolo binocolo per ammirare la galassia di Andromeda e contare le Pleiadi. È pura magia. 

L'alba arriva preannunciata dal fuoco acceso nel campo ed accompagnata dalla colazione servita sulla duna: tè caldo, frutta secca, marmellate di datteri e fichi, quanto ci serve per affrontare la nuova giornata. Nutrito il corpo, il cammino inizia con una lettura che è cibo per la mente e i pensieri vagano mentre le dune si fanno più presenti ed il sole cancella il freddo della notte. 

Il primo vero giorno di cammino, come quelli a venire, è intermezzato dal pranzo all'ombra di una tamerice e da una siesta che ci evita di camminare nelle ore più calde. L'amico Omar, precede la carovana facendoci serpeggiare sulle creste delle dune, scruta l'orizzonte in cerca di riferimenti che solo lui può cogliere e ci porta a destinazione al campo che nel frattempo i cammellieri hanno rimontato. 

Dopo cena la mitica Marina (la nostra guida) veste i panni di Shahrazād e racconta una favola berbera. Questo momento diventa un rito irrinunciabile per i giorni successivi e dopo il racconto tutti a nanna. Le notti diventano sempre più fredde e nonostante il sacco con confort -5 il sonno è disturbato e dormire in tenda non garantisce temperature più confortevoli. 

Al terzo giorno sembra già di esse parte del deserto, il tempo si dilata, le consuetudini giornaliere si ripetono ma il cammino non è mai uguale. È difficile spiegare perché, nonostante il paesaggio sia sempre composto di dune, tamerici, sole ed orme, non sia mai monotono né uguale a se stesso. Forse le differenze non stanno solo nella foggia delle dune (sempre più alte), ma nell'evoluzione del viaggio interiore e nella compagnia dei nuovi amici verso i quali crescono confidenza ed affetto, e poi c'è Marina, che ci arricchisce condividendo perle di cultura locale. 

Il quarto giorno arriviamo finalmente alla grande duna Zahar. Dalla sommità, mentre attendiamo il tramonto, vediamo con curiosità tante piccole figure avvicinarsi da ogni direzione e spuntare dalle ombre delle dune vicine, si tratta di curiosi che come noi vogliono ammirare da qui l'ultimo sole dell'anno. Al tramonto ci scaraventiamo ridendo dal versante più ripido della grande duna, saltellando per una sessantina di metri quasi verticali, e raggiungiamo il campo per prepararci ai festeggiamenti per il nuovo anno. L'atmosfera è calda ed allegra, siamo tutti parte della festa, i nostri compagni di viaggio marocchini si uniscono a noi in danze e canti, l'ipnotica musica del gruppo Gnaoua scandisce la serata che tra cibo delizioso e buona compagnia trascorre allegra fino alla mezzanotte. 

La mattina del quinto giorno, ancora con il buon umore della serata appena trascorsa, salutiamo il primo sole del 2020 e dopo esserci scrollati di dosso il freddo della notte ci mettiamo in cammino, consapevoli che la via è quella del rientro. La magia della vita anche nel deserto concede incontri inaspettati: un gruppo di dromedari con i piccoli appena nati, insetti argentati che disegnano ricami sulla sabbia al loro passaggio, corvi e monachelle che attendono i resti del nostro pranzo. 

A sera troviamo il campo illuminato con le candele, l'ambiente è magico e la nostra attenzione è attirata da un grande fuoco sul quale i nostri ospiti cuociono il pane nella sabbia ricoprendo l'impasto di braci. La sabbia e il fuoco che si sollevano durante la cottura ricordano la formazione di un piccolo vulcano, spettacolare il rito e buonissimo il pane. Si cena, un racconto berbero ci lascia pensieri profondi, ci si infila nel sacco a pelo cercando di accumulare strati anti freddo e con il ritmo scandito dal russare nelle diverse tende si cade nell'oblio. 

Il sesto giorno si passa dalle dune al letto asciutto della Draa dove l'acqua piovuta mesi addietro ha disegnato il terreno di finti cocci che scricchiolano al passaggio. Tra una chiacchiera e l'altra, lasciato il letto del fiume, giungiamo al penultimo campo stanchi ma carichi pensando alle prime palme che vedremo l'indomani. 

L'ultimo giorno di cammino ci riporta infatti a M'Hamid, il deserto di tamerici lascia pian piano il posto ai palmeti ed alle prime coltivazioni. Visitiamo il vecchio villaggio ricevuti da una cooperativa di donne artigiane che ci offrono un buon tè, poi ci dirigiamo verso la meta finale: il "Jardin du Desert", casa degli amici Said e Omar, in prossimità del quale viene montato il campo per l'ultima notte in tenda. Il pomeriggio trascorre in visita alla M'Hamid nuova, villaggio di frontiera alle porte di un deserto che già ci manca. L'ultima notte in tenda trascorre con una comodità nuova: il bagno del campeggio, stiamo tornando alla realtà e lasciando il sogno. Si torna a casa.

Oltre al ricordo indelebile del deserto porto via con me la magia del Marocco e della sua gente e i compagni di viaggio che spero mi raggiungeranno presto per camminare sui sentieri dell'entroterra sardo e godere delle splendide coste dell'Isola.

Grazie di tutto e... scusate per tutto.





nb: la traccia linkata è una ricostruzione basata sull'unione delle tracce giornaliere e non tiene conto dei piccoli spostamenti attorno ai campi e dell'esplorazione di M'Hamid. Questo tipo di percorso non può ovviamente essere intrapreso in autonomia, sia per questioni logistiche sia per la particolare natura "mobile" del deserto. La traccia non è quindi una guida ma il resoconto di un cammino meraviglioso. A chiunque voglia intraprenderlo porto la mia esperienza positiva suggerendo la Compagnia dei Cammini.

mercoledì 11 dicembre 2019

S'Istrada Manna - Urzulei





L'invito di un buon gruppo di amici a percorrere S'Istrada Manna è irrinunciabile, pertanto prima dell'alba si parte per Baunei per un altro giro in Supramonte, questa volta tra il territorio di Baunei e quello di Urzulei.

Si inizia a camminare dallo spiazzo di Lovettecannas verso Genna Cuccureddu. Dopo un primo tratto di carrereccia, con panorami che già iniziano a mozzare il fiato, ci si addentra su sentiero (non sempre segnato) con fondo misto prevalentemente costituito da pietraia e roccia calcarea. Orientandoci tra la bassa vegetazione arbustiva arriviamo a s'Iscala 'e Ghirovai, tipica "iscala 'e fustes" in legno di ginepro costruita dai pastori in tempi remoti per consentire il passaggio sulla parete verticale. 
Subito sotto, discesa la parete, ci fermiamo all'omonimo cuile per per una breve sosta, i profumi di mentuccia e rosmarino ci coccolano, il panorama è stupendo ma ci rimettiamo in cammino con la consapevolezza che il meglio deve ancora arrivare. 

Un rapido passaggio a valle della gola di Gorroppeddu ci mostra una probabile meta per future uscite, poi finalmente arriviamo alla Cengia Ruvio, più nota come S'Istrada Manna. Spettacolo. L'ingresso alla cengia è delicato ma non difficile, dopodiché la si percorre tutta in tranquillità fino ad un altro punto verso l'uscita che richiede un po' di attenzione. 
S'Istrada Manna (foto di S.Muscas)

La tonalità ocra della cengia contrasta col grigio del calcare circostante e col verde intenso dei boschi che riempiono, ininterrotti, la valle sottostane ed il versante dei monti di fronte a noi. Decidiamo di fare qui la pausa pranzo per prolungare la sensazione di essere sospesi su una vallata meravigliosa. 
Dopo esserci rifocillati usciamo dalla cengia e iniziamo una ripida ed impegnativa salita su pietraia cedevole per raggiungere S'Ungrone 'e sa Rutta Niedda, dove una suggestiva apertura circolare nella parete di calcare bianchissimo forma una finestra sul cielo che, vista la splendida giornata, è di un azzurro intenso.


Sempre più soddisfatti passiamo la cresta di Serra Oseli, ammirando ancora una volta dall'alto il panorama mozzafiato, per ridiscendere verso il sentiero sterrato che ci porta a destinazione. L'anello si chiude con un buon bicchiere di vino e la promessa di nuove uscite in buona compagnia.






mercoledì 4 dicembre 2019

Il Mondo Perduto - Corona Niedda (Montiferru)





Il sogno di ogni appassionato di trekking è quello di avventurarsi in territori inesplorati e scoprire, prima di altri, meraviglie che la natura cela gelosamente. Lo spirito dell'esploratore è forse la qualità che meglio distingue un appassionato dal turista della domenica e la guida entusiasta dall'accompagnatore apatico.

Da ragazzino sognavo di naufragare sull'Isola Misteriosa di Verne, di unirmi ai pirati di Stevenson e, soprattutto, di trovare il Mondo Perduto di Doyle. Beh... l'ho trovato, più o meno. Non parlo di un altopiano del Sud America dai confini pressochè invalicabili e non ci sono certo animali preistorici, si tratta invece di una caldera vulcanica del Montiferru circondata da alte pareti basaltiche, anch'essa quasi inaccessibile senza attrezzatura e celata alla vista di chi si limita a seguire i sentieri.

Non sono certo il primo a capitarci ed il sito è ben noto a chi lavora o ha proprietà in zona, tuttavia il fatto di aver scoperto solo di recente questa perla nel territorio del mio paese (Cuglieri), e che anche molti compaesani non ne conoscano il nome né l'ubicazione, ne aumenta il fascino. 
"Corona Niedda" (corona nera) è, con tutta probabilità, una bocca vulcanica risalente al tardo Pliocene, la conformazione circolare delle grige pareti basaltiche dà  origine al nome. Gli alti bastioni s'infossano racchiudendo una folta vegetazione interrotta solo dal letto del torrente che vi scorre formando scivoli di roccia levigata, piscine naturali e piccole cascate. Le rocce presentano diversi tipi di conformazione, si passa dal tipico andamento colonnare del basalto ai suggestivi "buchi" ed archi nella roccia dovuti principalmente all'attività erosiva di vento ed acqua, fino alle evidenti stratificazioni delle colate laviche.

In questa uscita esplorativa non ci siamo imbattuti nella fauna locale, tuttavia gli evidenti segni del passaggio di cinghiali e mufloni fanno ben sperare in un futuro avvistamento. È ben nota anche la presenza di cervi in questo versante del Montiferru, tuttavia la loro natura schiva e l'estensione dei boschi ne rendono difficile l'avvistamento. Come nel "Mondo Perduto" anche in quest'angolo nascosto di Sardegna gli appassionati botanici potranno riscoprire meravigliosi endemismi tra cui bellissime orchidee.
Lasciando questo scrigno nascosto si può risalire per vedere la valle dall'alto ed esplorare le vicinanze senza restare delusi. Il suono costante dell'acqua che scorre ci accompagna alla scoperta di piccole cascate e canyon difficili da raggiungere. Nelle parti più esposte splendidi dicchi fungono da appoggio per antichi "cuili" e la vista è sempre spettacolare, sia che si rivolga lo sguardo verso bastioni fonolitici come "Sa Rocca 'e Freari", sia che ci si volti verso il mare.


Da questa località è facile raggiungere le cascate di Bia Josso nel territorio di Santu Lussurgiu, ma questo è un altro trekking, un'altra storia per un prossimo racconto.


martedì 19 novembre 2019

Corrasi - trekking nel Supramonte di Oliena

Chiunque decida di avvicinarsi al trekking in Sardegna non può esimersi dal calpestare i sentieri del Corrasi. In questa occasione mi limito a descrivere il percorso che abbiamo seguito fornendo alcune informazioni di carattere generale sulla zona, rimandando ai prossimi post altre perle sui numerosi sentieri percorribili su questa meravigliosa montagna.
Che tu sia appassionato di fotografia, esperto botanico o interessato alla fauna selvatica, aspirante geologo, antropologo o storico, sicuramente il Corrasi non ti deluderà. Per quanto riguarda la flora le sessanta specie endemiche da riscoprire, tra le oltre seicento che popolano un suolo apparentemente brullo, costituiscono il paradiso di ogni appassionato di piante.
In merito alla fauna selvatica presente nel territorio abbiamo avuto la fortuna di incontrare un branco di mufloni e, favoriti dalla nostra posizione sottovento, vederne gli spostamenti sul fianco della montagna. Non sono mancati gli avvistamenti di rapaci, soprattutto poiane, nonostante la giornata molto ventosa.
Il territorio passa dalla verde vallata di Oliena, i cui vigneti ci regalano il buonissimo Nepente, ai boschi di leccio accompagnati dalla tipica vegetazione arbustiva mediterranea fino alle vette spoglie sulle quali resilienti ginepri si piegano in forme spettacolari.

Il nostro percorso parte dall'Enis Monte Maccione e segue il sentiero 401 con una lunga salita che ci porta alla quota di circa 1230mt attraverso s'Iscala 'e Pradu. Arrivati all'ampio spiazzo alla fine della carrereccia la vista spazia dalla spettacolare vallata sottostante alle cime Corrasi, Carabidda e Sos Nidos, con l'altopiano tra le vette che si tuffa digradando nella valle di Lanaittu. Da qui proseguiamo verso est sul sentiero di Pedra Mugrones (percorso 405) fino al cuile Vilithi (o Vilitzi) dove ci fermiamo per rifocillarci.
La sensazione di essere parte della natura che ci circonda è confortante ed allo stesso tempo ci sentiamo partecipi della vita quasi eremitica dei pastori che occupavano questo luogo. Lungo il cammino ci fermiamo per ammirare con attenzione alcune voragini come quella di Nurra Sas Palumbas che si aprono tra le rocce, alcune sono meta di alpinisti curiosi che le discendono in corda per esplorarle. Decidiamo di lasciare il sentiero per un breve tratto per discendere uno splendido canalone calcareo che ci porta verso cuile Pradu, lungo il percorso troviamo piccoli rifugi diroccati, focolari realizzati nella roccia e protetti da recinti di pietra, pozze d'acqua che dissetano gli animali. Arrivati al cuile una breve sosta ci ispira ancora una volta sogni di libertà assoluta tra il verde del piccolo prato ed il bianco abbagliante della roccia che sfuma nel blu appena visibile del mare di Dorgali.
C'è ancora una tappa che dobbiamo raggiungere prima della chiusura dell'anello: l'altare del sacrificio di Isacco. Questo territorio è stato infatti l'ambientazione perfetta per film come "La Bibbia" di John Huston di cui resta qualche elemento della scenografia di pietra (l'altare).


La parte finale è necessariamente nostalgica, scendiamo a sud di punta Carabidda, salutiamo le vette e rientriamo alla base per una via diversa percorrendo il bosco verso nord. 

È finito il trekking, ma non la nostra permanenza ad Oliena, vogliamo scoprire alcuni tesori della valle del Lanaittu, in particolare il complesso nuragico di Sedda 'e sos Carros,  la grotta carsica "Sa Oche" e Grotta Corbeddu. Il complesso nuragico è tra i più importanti della Sardegna dal punto di vista archeologico, si tratta di un'insula abitativa senza torre nuragica di riferimento in cui rivestono particolare importanza l'aspetto organizzativo della comunità e quello ingegneristico legato al culto dell'acqua, vale proprio la pena concedersi una visita guidata.

La grotta Sa Oche, molto suggestiva, è visitabile per un breve tratto tranne che nei periodi di forti piogge quando il troppopieno restituisce alla valle l'acqua della montagna.
Il sito che tuttavia scatena maggiormente l'immaginazione del turista è Grotta Corbeddu. Apprezzabile dal punto di vista naturalistico e ancor più come testimonianza stratigrafica della presenza dell'uomo nel territorio da diversi millenni, il suo fascino è aumentato dall'utilizzo che ne fece il bandito Corbeddu durante la sua latitanza. 

Consiglio a chi vuole camminare sul Corrasi e visitare il Supramonte di Oliena di concedersi almeno un paio di giorni per poter godere a pieno delle numerose attrattive del territorio, non rimarrete delusi.

TRACCIATO DEL PERCORSO


giovedì 17 ottobre 2019

Creste dell'Arcuentu



Si tratta di un trekking consigliato ad escursionisti esperti, sebbene non vi siano difficoltà tecniche rilevanti non lo classifico come semplice percorso escursionistico per diversi motivi. Innanzitutto trattandosi di trekking sulle creste il sentiero non è sempre evidente pertanto è bene seguire percorsi già tracciati, in secondo luogo le salite in alcuni tratti possono essere faticose, soprattutto in prossimità dell'arrivo in vetta.

Il nostro punto di partenza è nella parte a Nord Ovest del complesso montuoso in località "Mitza su Rei", ci sposteremo quindi verso Sud Est fino all'eremo di Fra’ Nazareno in cima al monte Arcuentu, percorrendo circa 9km in cresta ed altri due tra avvicinamento e rientro. 



Raggiunto "Cuccuru Abis" si procede tra roccia e pendii erbosi verso "Su Lunaxi" da qui costeggiando la roccia si arriva ad una suggestiva fenditura tra due pareti di pietra attraversando la quale si può discendere leggermente il versante opposto addentrandosi in un piccolo bosco di lecci e macchia mediterranea, per proseguire in un saliscendi su roccia talvolta interrotta da brevi tratti di terreno con vegetazione bassa e arbustiva o da pietraie sulle quali occorre fare attenzione. Passato M.Genna Limpia si procede sempre in quota verso Arcuenteddu, questo può essere il luogo ideale per una breve sosta pranzo.

L'ultimo tratto è il più impegnativo, si sale nuovamente girando attorno all'Arcuentu fino all'ultimo strappo che ci consente di arrivare al bosco di lecci che in vetta nasconde l'eremo che è stato dimora per importanti figure religiose del '900, ne sono testimonianza le stazioni della Via Crucis che si incontrano nel tratto più ripido del percorso. Dalla sommità il panorama è magnifico. Dall'inconfondibile piana di Arborea passando per il golfo di Oristano, lo sguardo spazia, in un giro ideale, per: Montiferru, Monte Arci, Sette Fratelli, piana del Campidano, Massiccio del Linas e chiude il cerchio con la splendida costa Verde.


Mentre alcune coppie di rapaci volano danzando sulle nostre teste, una piccola sosta meditativa è d'obbligo prima di affrontare la discesa che ci ricondurrà verso l'arrivo. Anche il rientro non è banale, dopo la prima parte molto ripida una distesa erbosa ci porta verso un sentiero immerso nel fitto bosco dove i lecci strozzati dalla salsapariglia sembrano offrire rossi gioielli a grappolo al viandante. L'arrivo su strada chiude una meravigliosa e faticosa giornata.

Dal punto di vista geologico il massiccio riserva molte sorprese, un'altissima concentrazione di dicchi spettacolari trasforma la montagna in un drago addormentato con le creste d'osso sulla schiena. Le rocce sono principalmente basaltiche, a testimonianza delle eruzioni risalenti all'Oligocene, tuttavia c'è ampia presenza di roccia calcarea e conglomerati, particolarmente evidenti in alcuni spettacolari crolli visibili lungo il
percorso. 

Dal punto di vista visivo si è stupiti dalla fragilità di alcune formazioni "mangiate" dalle intemperie in contrasto alle solide e incrollabili pareti verticali. Talvolta inoltre ci si imbatte in incredibili fessurazioni che mostrano la fragilità di speroni rocciosi a prima vista solidi.  Non è raro incontrare formazioni dalle forme antropomorfe o che concedono alla fantasia paragoni col mondo animale o vegetale. Insomma, uno spettacolo di pietra dall'inizio alla fine.







(NB: nel percorso linkato non ho tracciato l'ultimo tratto di asfalto che chiude l'anello, qualora non si abbia la possibilità di organizzare una staffetta tra punto di partenza e di arrivo bisogna aggiungere tre quarti d'ora di camminata su strada).

lunedì 7 ottobre 2019

Montevecchio - Cantiere di Ponente



Questa splendida escursione ci porta a scoprire una delle località minerarie più suggestive della Sardegna. Sebbene dell'attività estrattiva nella zona di Montevecchio si abbiano evidenze fin dal III secolo a.C., il nostro interesse ricade sulla costruzione e sull'ascesa del moderno complesso minerario.

La nascita delle miniere di Montevecchio si può datare al 1848, quando Giovanni Antonio Sanna ottenne le concessioni. Il periodo di maggior splendore per la produzione mineraria, iniziato a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, culminò intorno agli anni '60 del XX secolo, quando Montevecchio divenne la più importante miniera di piombo e zinco d'Italia.

Il lento declino che ne seguì fu dovuto principalmente ai costi crescenti ed alla concorrenza internazionale oltre che alle diverse successioni nel controllo della miniera che portarono all'occupazione del Pozzo Amsicora ed alla chiusura nel 1991.

Gli impianti minerari si dividono in due diverse aree geografiche e sono identificati come cantieri di Levante e di Ponente, separati dal passo in cui sorge l'abitato di Montevecchio (passo di Gennaserapis). Il nostro percorso segue il Cantiere di Ponete, più interessante sia dal punto di vista naturalistico sia per le suggestioni evocate dai siti in stato di abbandono che risalgono alle diverse fasi di ampliamento della miniera.

Nonostante gli elevati livelli di inquinamento dovuti all'attività mineraria e la morfologia del terreno modificata dagli scavi e dai materiali di risulta, anche gli habitat più degradati ci stupiscono per la grande biodiversità vegetale, a partire dalla macchia mediterranea e dai boschi di lecci e quercia da sughero, fino ed evidenti rimboschimenti di pino ed eucalipto, passando per la tipica vegetazione lacustre in prossimità degli invasi.



Iniziamo a camminare partendo da un grande spiazzo sterrato all'uscita Sud-Est dell'abitato e immediatamente scorgiamo i primi segni della frenetica attività che un tempo animava la zona. I resti di una teleferica che collegava la nostra posizione con la vallata sottostante e con l'albergo Sartori (dormitorio maschile abbandonato) che scorgeremo più avanti, danno il via al nostro viaggio nel tempo.

Il percorso si addentra in un bosco di lecci e querce da sughero e ci porta verso la diga di Donegani e l'omonimo bacino, qui i lecci lasciano il posto alle acacie e ad una vegetazione arbustiva più bassa. Una suggestiva passeggiata sulla diga, poi prendiamo il sentiero che costeggiando il fiume ci porta verso la laveria Lamarmora. Durante il percorso incontriamo una torretta di avvistamento per il censimento dei cervi, ancora presenti in buon numero su queste colline. Giunti alla Laveria il nostro viaggio si trasforma sempre più in un trekking minerario e diventiamo esploratori di un mondo quasi postapocalittico.

Arrivati alla Laveria Lamarmora, la prima ad entrare in funzione nel 1878 nel cantiere Telle, iniziamo a capire le dinamiche di lavorazione dei materiali estratti e troviamo evidenza, tra gli scarti, della presenza di galena con i suoi cristalli grigio piombo. La laveria era utilizzata per trattare i grezzi provenienti dalla miniera di Telle che incontriamo poco più avanti lungo il cammino. Il pozzo Amsicora, cardine della miniera, fu ristrutturato nel 1938 con richiami liberty e da allora è rimasto immodificato. Oggi è simbolo della lotta dei minatori che lo occuparono per protesta fino al maggio del 1991.

All'interno del complesso sono visibili i macchinari per la lavorazione ed il trasporto del materiale e gli ascensori che portavano gli operai nel sottosuolo fino a 300m di profondità.

Prossima tappa: il cantiere Sanna, il percorso che ci porta da un pozzo all'altro (una semplice strada sterrata) ci regala altre interessanti finestre sull'attività mineraria, dagli ingressi sigillati delle gallerie che punteggiano il fianco della montagna, agli impianti per l'aerazione forzata che garantivano la sopravvivenza nei cunicoli sotterranei. La miniera Sanna e l'omonimo pozzo risalgono al 1886, quest'ultimo fu ristrutturato nel 1936 e restò in funzione fino alla fine degli anni ’80.

La nuova laveria Sanna, costruita dopo il restauro del pozzo, è oggi accessibile e mostra l'intera filiera di lavorazione del materiale estratto. I macchinari sono congelati al momento della dismissione dell'impianto e se il tempo non li avesse deteriorati si potrebbe pensare che la produzione debba riprendere da un momento all'altro. L'esplorazione delle miniere Sanna e Telle, lascia al visitatore una sensazione ambivalente: da un lato si viene catapultati indietro nel tempo e ci si immedesima (per quanto possibile) con i minatori che hanno sofferto e subito le fatiche di un lavoro terribile e usurante, dall'altro lato sembra di essere trasportati in un futuro postapocalittico dove le strutture minerarie sono la testimonianza di una passata civiltà che viene pian piano riconquistata dalla natura.

Una meravigliosa sorpresa ci ha accolti nell'ultimo tratto del percorso, una coppia di cervi ci ha salutati accompagnandoci all'arrivo. 
Il percorso ad anello ha una lunghezza complessiva di 14km con un guadagno altimetrico di 406m. Il cammino è abbastanza agevole e per buona parte si sviluppa su strada sterrata. Sebbene possa essere completato in quattro ore è impossibile non arrendersi al fascino delle strutture minerarie, per cui è bene dedicare un po' di tempo all'esplorazione dei siti.
Se come noi organizzerai questo bel trekking in concomitanza con un evento del birrificio locale concluderai l'escursione nel modo migliore condividendo col gruppo birra, chiacchiere e risate.


Nota: 
a seguito della pubblicazione di questo post abbiamo ricevuto comunicazione da CEAS di Ingurtosu che ci ha segnalato che l'accesso al complesso del pozzo Amsicora è vietato salvo consenso del Gestore. Raccomandiamo pertanto a chiunque volesse visitare il sito di mettersi preventivamente in contatto con CEAS