giovedì 3 settembre 2020

Barigadu - trekking dall'oasi di Assai a Sa Crabarissa (Nughedu S.Vittoria - Neoneli)

La conoscenza di nuovi territori, il desiderio di calpestare nuovi sentieri e la meraviglia di scoprire paesaggi sorprendenti e comunità accoglienti è l'essenza del trekking. Ciò rende questa escursione ancor più preziosa rispetto alle mete più note del trekking in Sardegna. Approfittando di un invito dell'amico Giampaolo Miscali, che ci ha accompagnati nello splendido territorio del Barigadu, decidiamo di passare una giornata tra i sentieri di Nughedu S.Vittoria e Neoneli (con piccola incursione in territorio di Austis). 


L'attacco è all'ingresso dell'oasi naturalistica di Assai, qui è possibile incontrare daini e cervi ed ammirare l'aquila reale che nidifica in zona. La ricca varietà faunistica del territorio garantisce piacevoli incontri con animali di varie specie, come la splendida natrice viperina che abbiamo visto nuotare nella fonte Su Fustiarbu. Subito dopo la partenza una bella vista sui graniti del monte Intrecrastos ci fa capire che sarà una bella escursione, ancora un breve tratto di sterrata arriviamo al complesso Sas Olias, ed al piccolo museo naturalistico che vale la pena visitare. 


Poco più avanti un punto panoramico ci concede la vista sulla splendida vallata dove i laghi Omodeo e Benzone riflettono l'azzurro del cielo terso, da qui vediamo anche la prima vetta che dovremo raggiungere: Pranu (M. S. Vittoria). Passato un suggestivo pinnettu in stile barbaricino, diverso da quelli tipici di questa zona che sono costruiti interamente in pietra, prendiamo s'Iscala 'e su Marghinesu per arrivare in vetta. 


Si tratta di uno splendido sentiero in un fitto bosco di lecci, arricchito da grandi conformazioni rocciose estremamente suggestive, che ci porta al vecchio recinto che fino a qualche tempo addietro ospitava i cervi destinati al ripopolamento dell'area, che ora girano liberi nell'oasi naturalistica. Arrivati alla vedetta di Pranu e scambiate due chiacchiere con la guardia, possiamo ammirare lo splendido panorama. Qui attorno, non lontano dal punto trigonometrico segnato, qualche traccia di ossidiana ci conferma che in questo luogo veniva fatta la lavorazione della roccia nera del Monte Arci. 


Proseguendo sul sentiero 511 ammiriamo una buona varietà di vegetazione: pioppi, roverella, quercia da sughero, lecci e raggiungiamo una seconda struttura (temporaneamente chiusa) del museo faunistico dell'oasi di Assai, dove una ricostruzione in scala delle vecchie carbonaie ci fa ripensare alle fatiche dei nostri padri.  Considerato il passo veloce, decidiamo che vale la pena allungare il tragitto per vedere "Sa Crabarissa". Poco prima dell'arrivo a Funtana Assai teniamo la destra proseguendo sul sentiero 511 e dopo un tratto di bosco nel quale scorgiamo alcune aree attrezzate che ci serviranno al rientro per il pranzo, usciamo su un tratto panoramico e ammiriamo spettacolari rocce con strane fogge. 


Arriviamo finalmente al monumento naturale Sa Crabarissa, così chiamato per la sua forma che ricorda una donna che indossa l'abito tipico di Cabras secondo la leggenda innamorata di un pastore di questo territorio ma non corrisposta, quindi pietrificata dal dolore. Il monumento è imponente e spettacolare, è possibile arrivare alla sua base e riposare all'ombra di una grotta formatasi dal crollo di un enorme lastrone granitico. 


Torniamo indietro verso il percorso programmato e prendiamo il sentiero Su Fustiarbu, percorriamo la sterrata fino all'omonima fontana dove ci rinfreschiamo. Dirigendoci verso la chiusura dell'anello arriviamo al museo ed ammiriamo diversi esemplari impagliati della fauna locale, una piccola esposizione di rocce, cristalli e fossili, e una varietà di sezioni di alberi tipici della zona. 


Scambiate due chiacchiere con la guardia al museo chiudiamo l'anello e ci prepariamo, soddisfatti, per il rientro. La degna conclusione di una splendida giornata sarà ad Ardauli davanti ad una birra fresca, a scambiarci impressioni sul territorio. 



lunedì 24 agosto 2020

Miniere di ferro "Su Enturgiu" e nuraghi Crastachesu e Ameddosu (Montiferru)

Quando la voglia di trekking è impellente ma il caldo scoraggia i compagni di cammino, non resta che cedere ad un'uscita in solitaria con partenza prima dell'alba. La fortuna di abitare ad un passo dal mare e a due dalla montagna e di poter raggiungere con facilità diversi siti di interesse archeologico, agevola non poco la mia decisione. Metto gli scarponi e studio un trekking ad anello tecnicamente semplice ma che mi consentirà di fare un viaggio nella Storia dal Neolitico alla metà del '900.

Con il sole che deve ancora affacciarsi ad Est, mentre S'Archittu dorme, arrivo con la macchina in località Columbaris. L'unica persona che incontro è un pastore che mi dà il buongiorno e sposta gentilmente le capre dalla stretta stradina che mi porta all'attacco. 

Il primo tratto di carrareccia mi porta in poche decine di minuti di camminata silenziosa fino al nuraghe Crastachesu. Si tratta di un nuraghe a torre posizionato sull'orlo di un costone roccioso che domina la piana sottostante e consente la visuale su un buon tratto di costa. Sebbene sia parzialmente crollato è ancora possibile accedere all'interno ed ammirare due grandi architravi provando ad immaginarne la struttura interna originaria. Vista la magia del luogo aspetto che il sole inizi a colorare la costa e ad accendere di blu il mare di Torre del Pozzo, poi proseguo per il nuraghe successivo.

Dopo poco più di due chilometri arrivo al nuraghe Ameddosu, al contrario del precedente questo è visibile dal sentiero anche a distanza in quanto ubicato in una posizione più elevata, è quindi facile raggiungerlo ma non altrettanto arrivare a toccarlo. Pur avendolo a pochi metri ho impiegato del tempo per individuare il vecchio e breve sentiero che porta alla base del nuraghe. Qualche graffio di rovo è il piccolo prezzo da pagare per arrivare alla sommità della struttura, dalla quale si può godere di uno splendido panorama su tutta la marina di Cuglieri. 

Mi ripeto ancora una volta che i nostri antenati sapevano scegliere bene le località in cui costruire e insediarsi. Anche questo nuraghe è a torre e la presenza nelle vicinanze di una serie di strutture murarie circolari fa presumere fosse al centro di un villaggio nuragico. Non sono tanto esperto da poterlo confermare e non ho trovato documentazione di supporto, ma tali strutture mi sembrano a prima vista differenti dai tipici "anniles" (o pinnetti) dei pastori.

Torno indietro fino al sentiero principale ed in poco più di un chilometro faccio un salto in avanti nel tempo di quattromila anni fino alle miniere di Su Enturgiu (o di Monte Ferru). Già gli spagnoli provarono a sfruttare le risorse minerarie della zona, ma fu nella seconda metà dell'ottocento che vennero scavate le prime gallerie e nel secolo successivo, con la concessione ottenuta dalla "Società Anonima Industrie Minerarie ed Elettriche" (SAIME), furono costruiti gli edifici e le infrastrutture necessarie all'attività mineraria di cui incontro le suggestive rovine lungo il cammino.

La parte più emozionante di questo tratto è tuttavia la ricerca degli ingressi delle gallerie, ne ho trovati solo due dei quattro più accessibili: il primo sulla carrareccia (segnato da un omino di pietre) completamente allagato, il secondo trovato quasi per caso mentre provavo ad infilarmi nella vegetazione per ritrovare il vecchio sentiero che gira attorno a Monte Ferru. 

Le piante che hanno invaso il sentiero mi hanno costretto ad una piccola arrampicata su alcune rocce e mi sono ritrovato proprio sopra l'ingresso della miniera. Ridisceso ho potuto sbirciare dentro al buio tunnel senza poter vedere il fondo e senza osare avventurarmi all'interno, sia par la pericolosità insita in tutti i vecchi tunnel minerari, sia per il fatto che il terreno era coperto da fango e acqua.

Soddisfatto dalle bellezze e dalle curiosità incontrate lungo il mio giro percorro il sentiero che da questo punto è più pulito, passando per tratti di bosco e radure soleggiate verso il punto in cui posso decidere se salire verso "Su Palatu": un vecchio edificio tardo medioevale i cui ruderi sono situati in una posizione panoramica mozzafiato. Io decido di proseguire verso casa, ma chiunque volesse avventurarsi verso questo posto meraviglioso può trovare le indicazioni e il tracciato in un mio vecchio post cliccando QUI (rif: km 5.8).

A mezza mattina il sole si fa sentire ma io sono già sulla via di casa con un sorriso stampato, un po' di stanchezza e dieci chilometri in più negli scarponi.



>>TRACCIATO<<

Attenzione: Se seguite questo tracciato tenete conto del fatto che la ricerca del sentiero presso la seconda galleria è stata un po' difficoltosa e che attorno al km 6.8 ho provato una variante che si è dimostrata senza uscita.

venerdì 7 agosto 2020

Sette Fratelli - Sinnai - Trekking sulle vette verso Perd' a Sub 'e Pari

Spesso all'idea di trekking è collegato il desiderio di fuga dalla vita quotidiana o di scoperta di nuovi territori, ciò non significa però dover fare ore di viaggio per arrivare al punto di attacco, si può entrare in un nuovo mondo anche a pochi chilometri da casa. Per chi come me vive a Cagliari il Parco dei Sette Fratelli è sempre stata una valida meta per evadere dalla città ed immergersi nella natura. Tra gli innumerevoli sentieri, uno dei più belli è quello che passa per le vette ed arriva a Perd' a Sub 'e Pari.

La partenza è dalla strada di Monte Cresia, il primo tratto su sterrata ci avvicina a Arcu Sa Spina dove iniziamo il sentiero 814 in uno splendido bosco di lecci e al recinto dei cervi prendiamo il raccordo per il sentiero 811, passando vicino al laghetto Su Crabiolu (Arcu su Crabiolu) procediamo verso NE in direzione Sa Perda Tunda. A tratti il bosco si apre regalandoci splendide vedute sulle vette alternate a scorci sulla vallata che si tuffa nell'azzurro intenso del mare.

La salita verso Is Casteddus de Seti Fradis è meravigliosa, il sentiero si districa tra roccia e macchia e il panorama è mozzafiato. Le vette calcaree hanno fogge che lasciano vagare la fantasia: monoliti perfettamente squadrati dagli agenti atmosferici sembrano giocattoli di un gigante, costruzioni ordinate con cui le divinità della natura si divertono a giocare. Alcune conformazioni di massi impilati ricordano enormi teste con cappelli di pietra. Vale la pena fermarsi a mangiar qualcosa e meditare sulla ricchezza del paesaggio.

Dopo le vette il bosco è più antico, alberi monumentali si siedono su enormi massi coperti di muschio e formano anfiteatri naturali che sono punti di ritrovo e sosta per chi lavora o passa da queste parti, d'estate l'ombra ristoratrice consente di sostare in tranquillità prima di iniziare la ripida discesa verso Tuppe Ludu.

Arriviamo finalmente a Perd' a Sub 'e Pari, un dedalo di cunicoli e passaggi si apre tra enormi massi poggiati uno sull'altro, ci sembra di essere topolini tra le pietre. Non si sa mai cosa spunterà dietro la roccia, a volte una piccola radura altre volte un giaciglio ricavato chiudendo con un muro a secco un anfratto sotto un grande sasso, oppure un albero con radici nella pietra che non si capisce dove possa prendere nutrimento. 

Insomma, una sorpresa dietro l'altra e ci dispiace dover terminare l'esplorazione per tornare verso le auto. Ancora un po' di ripida discesa poi arriviamo al giardino botanico Maidopis, un po' stanchi, torneremo per ammirare con più calma le varietà di alberi e piante del giardino e magari veder mangiare i cervi.







mercoledì 10 giugno 2020

Il Sentiero dei Banditi - Scano di Montiferro



Quando chi ama la propria terra riesce a raccontarla e a valorizzarla, suscitando dapprima l'interesse locale e riuscendo infine a richiamare escursionisti attirati da un'idea di cammino raccontato e partecipato, è come seminasse un raccolto che garantirà il frutto più buono. Ne è un'esempio l'iniziativa di Barbarighinu che intriga con il sentiero dei banditi. 

Incuriosito dai riscontri positivi avuti dai miei vicini di Sacano Montiferro ho deciso di percorrere il sentiero con pochi amici, con la promessa di rifarlo in compagnia della guida per ascoltare i racconti sui personaggi più o meno famosi che hanno trovato rifugio in queste terre ed accrescere le conoscenze sul mio territorio. Lascio le storie dei banditi che trafficavano qui a chi ne ha studiato le vicende e mi limito di seguito a descrivere il lato paesaggistico e naturalistico del sentiero.

Per comodità sono partito dal territorio di Cuglieri, attraverso il sentiero che dalla SP19 porta a Sa Pattada. La carrareccia taglia il bosco e dopo circa un chilometro di leggera salita, durante la quale si può iniziare ad ammirare la vegetazione locale, ci congiungiamo all'anello classico del Sentiero dei Banditi.

Da subito la varietà di colori e le mille sfumature di verde ci accolgono. Il vasto bosco di lecci si apre di tanto in tanto per far svettare grandi querce o lasciare il passo a prati punteggiati di giallo, bianco e viola. Considerata la ricchezza del bosco viene da chiedersi come fosse ancor più impressionante quando il bandito Francesco Medda si nascondeva qui, la zona fu infatti devastata da enormi incendi nella seconda metà dell'800. Ad arricchire il cammino moderno i bellissimi agrifogli che avrei voluto veder carichi di frutti rossi, ma siamo fuori stagione e mi accontento del pungitopo e delle prime bacche di salsapariglia.


La prima tappa del percorso è la vedetta di Sa Pattada, da qui la vista è splendida. Scesi con l'ausilio di corde fisse su un ripido sentiero tra i lecci arriviamo ad un altro punto panoramico e nonostante la giornata non sia limpidissima godiamo del meraviglioso paesaggio.

Prendiamo il sentiero in direzione Leari ed incontriamo "Sa Rocca Traessa", uno splendido dicco formatosi 3 milioni di anni fa quando le intrusioni di magma hanno riempito le fessurazioni nelle rocce che poi, erodendosi, hanno lasciato questi suggestivi e monumentali muri di xenolite. 


In alcuni tratti i dicchi sono stati utilizzati come appoggio per la costruzione di anniles (recinto per agnelli) e igriles (recinto per vitelli), ai quali si accompagnano piccole costruzioni (pinnettas) che in questa zona si distinguono da quelle tipiche del Supramonte in quanto costruite completamente in pietra. Ciò è principalmente dovuto alle caratteristiche della fonolite, roccia tipica del Montiferru, che si stratifica consentendo la cavatura di lastre piatte perfettamente sovrapponibili. Entrando in una di queste costruzioni riesco ad immaginare la vita dei miei avi e sento i fantasmi dei banditi che vi hanno trovato rifugio.

Proseguiamo il cammino con una visita al vicino Nuraghe Leari, attualmente in stato di abbandono. Piange un po' il cuore a ricordare che anni fa era meta per scolaresche. Mancano i sorrisi e gli sguardi curiosi dei bimbi che si immedesimavano giocando agli "uomini primitivi" mentre ascoltavano i maestri raccontare storie dei loro antichi avi.

Rientriamo attraversando un bellissimo bosco che anche a giugno garantisce temperature piacevoli, facendo filtrare qualche raggio di luce solitario che rende l'atmosfera quasi fiabesca. Il muschio sulle rocce, le querce, i lecci, gli arbusti, e i rampicanti che colonizzano gli alberi più alti, contrastano con la terra ricca su cui camminiamo. La natura ci regala alcuni splendidi porcini estivi, il cui profumo si aggiunge a quello caratteristico del bosco. 

Una giornata piacevolissima su un percorso semplice ed emozionante.








lunedì 25 maggio 2020

Vette del Montiferru - da S'Archittu a Santu Lussurgiu

Come prima uscita dopo la fine del confinamento da virus ho deciso di tornare sui miei monti e fare un trekking in solitaria che potesse risvegliare tutte le emozioni che la natura ricca del Montiferru garantisce. Per ampliare la varietà di paesaggi ho scelto di partire dal mare per valicare i punti più alti del massiccio montuoso, toccando alcuni luoghi di interesse storico e naturalistico.

Si tratta di un trekking di quasi 25Km con poco più di mille metri di dislivello, non ci sono molte difficoltà tecniche, tuttavia l'ho considerato impegnativo soprattutto a causa dello stato dei sentieri in alcuni tratti, per la presenza di discese spaccaginocchia verso la fine e per la lunghezza. Il periodo migliore per calpestare i sentieri del Montiferru è sicuramente la primavera per l'esplosione di colori, l'abbondanza d'acqua nei torrenti e le temperature miti. Anche d'estate si possono percorrere le zone boschive ma sulle vette il sole picchia forte.

Battistero (foto Wiki)

Come punto di partenza ho scelto il complesso archeologico di Columbaris (indicato spesso impropriamente come Cornus), dove si possono ammirare diversi sarcofagi, i resti perimetrali di tre basiliche della prima Cristianità e il battistero del III secolo. 




La partenza all'alba mi regala la prima emozione, il sole basso e pallido e un residuo di umidità della notte precedente fanno brillare le tele, abilmente intessute dai ragni, che coprono la campagna. Intorno a me il vento porta lunghi fili solitari che appaiono e scompaiono illuminati dai raggi che li accendono, piccoli coleotteri verdi e dorati iniziano a popolare i fiori del cisto e il ronzio dei bombi inizia a crescere. 

Il primo tratto di strada è su cemento ma presto arriva lo sterrato, e il primo di tre cancelli che dovrò superare lungo il tragitto segna l'inizio del trekking vero e proprio.


La vegetazione inizia a cambiare, dalla macchia mediterranea bassa, tipica delle coste sferzate dal maestrale, si passa ad arbusti più alti ed ai primi lecci. Dal sentiero si scorge in lontananza Su Palattu, per raggiungerlo occorre discendere a valle fino al letto del torrente "Riu Fanne Anzone" e risalire il pendio opposto, qui il sentiero a tratti sparisce ed in parte è completamente coperto dalla vegetazione, inoltre durante la salita il rudere non è più visibile, ma un GPS o un buon senso dell'orientamento consentono di farsi largo tra roccia e macchia e sbucare all'improvviso davanti alla struttura. 

La scelta della posizione non è stata sicuramente casuale, il panorama è mozzafiato, sotto di me la marina di Cuglieri e più a sud il Sinis  e gli stagni dell'oristanese. L'edificio ha due piani ed un'ampia corte, la costruzione è di pregio, sicuramente costruito da famiglie nobiliari o comunque molto agiate. Se ne ipotizza l'edificazione intorno al XVI secolo. 

Lasciato il sito prendo il sentiero verso punta Conca 'e Mele e dopo averla passata entro nel territorio comunale di Seneghe. In questo tratto subito un altro punto panoramico mozzafiato verso Sud-Ovest e poco più avanti in località Funtanas la vista spazia lontano sulla costa Nord-occidentale fino alle falesie di Capo Caccia. Da qui proseguo in un tratto di bosco meraviglioso con grandi lecci e sento un inequivocabile rumore di animali di buona taglia, attendo qualche minuto immobile ed in perfetto silenzio sperando di vedere un cervo ma rimango deluso.

Sconsolato proseguo fino alla fine del bosco e trovo un breve tratto di asfalto che lascio per prendere un sentiero che un cartello definisce "didattico naturalistico". È anche questo un bel tratto di bosco con una buona varietà di piante, ma si percepisce che da qualche tempo i cartelli illustrativi non vengono curati. Alla fine del sentiero il rifugio di Birdambulis è raggiunto dalla strada asfaltata che percorro per pochissimo prima di rientrare nel bosco. Qui vicino si trova il nuraghe Ruju, non segnato nel tracciato ma che vale sicuramente la pena visitare. Una volta ripreso il sentiero trovo uno spettacolare campo di digitale, il rosa dei fiori a campana riempie gli occhi ma respingo la tentazione di buttarmici dentro considerata la pericolosità della pianta.

Entrato nel territorio di Santu Lussurgiu il bosco lascia spazio a vasti prati e si vedono le prime conifere, ma perlopiù il sentiero si riempie dei fiori bianchissimi o rosa del cisto, del giallo della ginestra e del viola del cipollaccio, il ronzio degli insetti impollinatori è costante. Passando sotto Monte Petrosu ammiro ancora una volta rocce dalle strane conformazioni, e voltandomi verso Ovest le cupole fonolitiche che caratterizzano il complesso montuoso del Montiferru restano li immobili per farsi fotografare, tra tutte svetta Monte Entu. Non mi stancherò mai di questa vista.

Poco prima di arrivare alla tappa del pranzo mi blocco nel vedere decine di gabbiani che si alzano improvvisamente in volo, forse lo stupore o forse la velocità dell'evento mi impediscono di immortalare la scena con un video. Cosa fanno i gabbiani qui a mille metri? Semplice, stazionano su un grande vascone antincendio pieno d'acqua fino al bordo. Guardando in prospettiva l'acqua della vasca e l'orizzonte sembra quasi non ci sia soluzione di continuità. 

Pochi metri e arrivo alla fonte di Elighes Uttiosos, l'acqua freschissima e l'ombra degli alberi, assieme ad un panino salame e formaggio, mi fanno passare una buona mezz'ora a meditare col rumore dell'acqua che scorre.

Valicato il punto più alto del percorso si inizia a scendere rapidamente, alcuni tratti del sentiero sono molto ripidi e bisogna prestare attenzione, le pareti verticali di basalto colonnare di Sos Segados dominano dall'alto, ed una vicina vetta suscita la mia curiosità, sembra che una grossa sezione di roccia sia implosa lasciando una voragine circolare. 

La cosa è strana in quanto difficilmente la fonolite consente fenomeni carsici, quindi nella mia mente partono ipotesi improbabili: una bolla o una bocca vulcanica? Intrusioni di roccia diversa da basalto e fonolite? Più probabilmente un gioco di luci e prospettive che però richiede una visita ravvicinata in una prossima uscita. 

In questo tratto due ulteriori difficoltà:  poco dopo il 19° chilometro il sentiero sparisce e mi ritrovo in un bel canalone dove passa il Riu sos Molinos, la circostanza è fortunata perché il posto è bello e riesco subito a ritrovare il sentiero. La seconda difficoltà è che il sentiero che da qui continua è per lunghi tratti invaso dalla vegetazione, compresi rovi e salsapariglia da cui è difficile liberarsi. 

Ogni tanto il Monte Commida ricompare sulla destra finché la vegetazione mi avvolge e procedo più ad intuito che a vista, poi sbuco in una piccola area aperta dove un'affascinante capanna a due piani su un albero mi lascia di stucco. Mi avvicino circospetto, non sembra esserci nessuno, lo stato è un po' di abbandono, ma non è stata dimenticata, lo testimoniano i resti di un vecchio fuoco li vicino sul bordo di un dirupo. Accostandomi per controllare sento il rumore dell'acqua e vedo una piccola cascata vicina che sicuramente si vede bene dalla parte alta della capanna. Non riesco a ripartire, vorrei vivere qui, ma guardo l'orologio e mi infilo di nuovo nella ginestra che copre il sentiero. 

Cammino fianco all'acqua che scorre e ritrovo una sterrata agevole che mi riporta ad una via asfaltata che seguo fino alla meta. È tuttavia possibile evitare buona parte dell'asfalto prendendo un sentiero alla destra della strada al Km 22.7 del tracciato. 

La degna conclusione di questo magnifico percorso è alla cascata di Sos Molinos, nel territorio comunale di Bonarcado, facilmente visitabile grazie all'accesso dalla provinciale. la discesa alla cascata è molto bella e una volta arrivati giù, se si ha la fortuna di essere soli, la sensazione di pace è totale, come pure l'appagamento da fine cammino.

Sono passati due giorni ma sto ancora sorridendo, non so se per la voglia di natura che avevo a causa della reclusione o per i fantastici scorci che il percorso regala, di fatto mi crogiolo fiero delle mie braccia graffiate e delle gambe ammaccate, contento di aver camminato da solo.



>> TRACCIATO <<

Un consiglio per chi non conosce la zona è quello di allungare il tragitto di un paio di chilometri partendo dall'arco naturale di S'Archittu e percorrendo i primi 1,6 Km del tracciato che si può trovare QUI per scendere poi verso la strada provinciale ricongiungendosi al punto di partenza di questo percorso, si potrà così godere anche delle bianche scogliere della marina di Cuglieri.




martedì 12 maggio 2020

La Via degli Dei - da Bologna a Firenze

Mentre attendo che la natura e i decreti COVID ci consentano di perderci nuovamente in giro per il mondo, viaggio con i ricordi dei trekking più belli. Uno dei migliori è sicuramente quello sulla Via degli Dei, ovviamente per il territorio (che abbiamo potuto ammirare solo in parte), ma soprattutto per le circostanze che ne hanno fatto un vero cammino, sebbene di soli cinque giorni, oltre che per la compagnia.

Quando ho scelto questo cammino cercavo un bel percorso da iniziare e concludere nelle mie ferie pasquali del 2019. Come sempre ho fatto un sondaggio tra gli amici e dopo tante mezze promesse e qualche forse, solo io e l'irriducibile Mila abbiamo accettato la sfida. Incontro nella magica Bologna dove a sera le parole luminose di Dalla ci accendevano di speranza con "l'anno che verrà". Certo allora non avrei mai pensato che sarebbe stato questo anno di sofferenza, reclusione e privazioni, ma il messaggio resta e ci condurrà a nuove avventure.


PRIMA TAPPA: Bologna - Badolo  (TRACCIATO PRIMA TAPPA)

La partenza da Piazza Maggiore inizia subito con uno dei tanti episodi tragicomici che renderanno il viaggio meraviglioso. Entrati nella Basilica di S.Petronio per il primo timbro sulla credenziale troviamo lo sportello turistico chiuso, ci spingiamo quindi fino alla sagrestia dove un personaggio che ricorda molto il Venerabile Jorge del film Il Nome della Rosa, ha iniziato a parlarci in modo incomprensibile (forse scambiandoci per stranieri), mentre il prete in fase di vestizione per la messa ci interrogava sul nostro "pellegrinaggio" e pregava per noi. Abbiamo ottenuto un timbro (forse il più bello) e siamo usciti a passo svelto, straniti e con la ridolina, incrociando i militari armati all'ingresso che ci osservavano dubbiosi.
Di buon umore prendiamo via Saragozza e iniziamo a vedere ragazzi con lo zaino in spalla e gli scarponi appesi che ritroveremo forse più avanti sui sentieri.
Presi i portici di S.Luca a passo veloce il fiato inizia a spezzarsi e le gambe prendono il ritmo. Alla fine dei portici più lunghi del mondo (circa 3,8Km) e passate 666 arcate, mi pare quasi di intravedere Lucifero, ma forse era solo l'ipossia e non la punizione per la scarsa spiritualità con cui abbiamo iniziato il viaggio.
La giornata è splendida e ci fa ben sperare in cinque giorni di sole e panorami mozzafiato (illusi). Dopo il santuario prendiamo la via di S.Luca che ci regala scorci bellissimi, e dopo circa un chilometro di asfalto troviamo sulla destra il sentiero dei Bregoli che tra stazioni della Via Crucis (graffitate con aforismi hippy) e vegetazione rigogliosa, ci porta fino al parco della Chiusa, dove una breve pausa ci consente uno sguardo a villa Talon protetti dall'ombra di alti ippocastani.
Seguiamo il Reno e prendiamo la Via Panoramica avvicinandoci ad un bel bosco di olmi tra rosa canina e biancospino. Il sentiero nel bosco è piacevole e ritrovata la strada esclamo con sorpresa: "guarda... un cervo!" per rendermi subito conto con imbarazzo che si tratta di un fantoccio utilizzato come bersaglio da una scuola di tiro con l'arco. Avvilito, faccia a terra, mi rendo conto che la banchina a bordo strada è tappezzata di piantine di fragole cresciute spontaneamente ma ancora senza frutto. La fame inizia a farsi sentire e dopo Vizzano ci fermiamo per il pranzo a bordo strada. 


Finita la sosta una sterrata ci porta al ripido sentiero che conduce a Badolo, tra quelli che percorrono il sentiero con noi siamo gli unici che prendono la variante. Arrivati all'alloggio per la notte incontriamo un'altro personaggio che farà per sempre parte degli aneddoti su questo cammino: qui la chiamo Circe, in parte per i modi da despota e in parte perché noi maiali abbiamo trovato aria di casa in un ambiente non proprio asettico, tuttavia se non ci fosse stata lei non ci saremmo divertiti tanto. A sera altri due gruppi si sono uniti a noi e l'ironia sulla situazione contingente ci ha uniti più di quanto avrebbe fatto una grolla.


SECONDA TAPPA: Badolo - Madonna dei Fornelli (TRACCIATO SECONDA TAPPA)

La partenza da Badolo ci fa subito capire che il cielo terso del giorno precedente è solo un ricordo. Percorriamo la "cengia di Nando" verso Monte del Frate con la vana speranza che ci sia concesso di ammirare il panorama promesso. Arrivati a Monte Adone, punto clou della tappa dal quale avremmo potuto vedere tanto lontano da poter salutare i parenti a casa, un muro di nebbia ci si para davanti e la preoccupazione maggiore è quella di finire di sotto. 

Ci fermiamo alla croce di ferro ed apriamo la scatola metallica contenente il quaderno su cui lasciare un pensiero, ma per la fortuna che abbiamo il quaderno non ha più spazi liberi. Prendo dallo zaino un blocco nuovo che avrei usato per gli appunti di viaggio, scrivo il primo pensiero e lascio il quaderno nella scatola per chi arriverà dopo. No tranquilli, non ho scritto nulla che potesse riordinare le gerarchie nella Volta Celeste, nonostante le circostanze, questo perché comunque Monte Adone è bellissimo anche con la nebbia. 

Qualche foto e si riparte in discesa. Percorso un breve tratto incontriamo alcuni ragazzi con una gallina al seguito, stupiti chiediamo a qualcuno che ragioni abbia il pennuto di percorrere la Via degli Dei, scopriamo che la gallina è stata salvata da brodo certo e che i ragazzi che l'hanno acquistata la libereranno il 25 aprile in piazza della Signoria a Firenze per festeggiare una doppia Liberazione. Peccato non aver potuto vedere la folla starnazzare al seguito di una gallina fiera sotto il loggiato.

Usciti dal sentiero ci aspettano sette chilometri di asfalto fino a Monzuno, qui iniziano le sofferenze, grave errore non aver portato anche un paio di scarpette leggere. Gli scarponi che mi salveranno nei giorni a venire in questa occasione mi distruggono i piedi, me ne accorgo quando, dopo pranzo, rinizio a camminare a freddo. 

Fortunatamente riusciamo a riprendere lo sterrato dopo un paio di chilometri e tra sentieri e carrarecce raggiungiamo "le Croci" e poi Monte del Galletto, dove un cartello ci mostra le splendide cime che vedremmo se la nebbia non ci bloccasse lo sguardo. Arrivati a Madonna Dei Fornelli riusciamo a dimenticare i problemi dovuti all'assenza di acqua calda nella doccia solo quando a tavola arrivano i taglieri, lo gnocco fritto e la birra di castagne. Tornati in stanza ci armiamo di ago e filo per un lavoro di fino sulla vesciche.



TERZA TAPPA: Madonna dei Fornelli - Monte di Fo (TRACCIATO TERZA TAPPA)

Una volta scuciti i piedi e preparato lo zaino si parte con la pioggia che ci accompagna a tratti, è la tappa del fango. Ringraziamo di non aver optato per tenda e sacchi a pelo, soprattutto dopo aver sentito altri che avevano commesso questo errore. I sentieri sono diventati paludi, lo scarpone sprofonda nel fango e ad ogni passo si tira su un chilo di zavorra. 

Dopo qualche chilometro dalla partenza troviamo i resti della via Flaminia Militare, l'atmosfera è magica ed immaginiamo carri ed uomini del passato che calpestano come noi queste lastre, e come noi scivolano dando delle culate pazzesche solo in parte attutite dal fango. Più avanti raggiungiamo una cava romana di arenaria utilizzata a partire dal II secolo a.C. per estrarre le lastre che hanno pavimentato la via appena percorsa. 

Sciando sul fango tra boschi e distese erbose e fermandoci a tratti per ammirare scorci favolosi impreziositi da un'alone misterioso di nebbia e piovischio, giungiamo al confine tra Emilia Romagna e Toscana. Qui, davanti al segnale in pietra, ci sentiamo come Benigni e Troisi che vanno verso Frittole e d'istinto cerchiamo un fiorino per il pedaggio. 

Nel pomeriggio la pioggia diventa battente ed arriviamo a Monte di Fo stanchi e fradici. L'albergo di montagna in cui dormiremo ci mette a disposizione il locale caldaie per stendere qualche indumento bagnato e far asciugare gli scarponi che nell'ultimo tratto di strada provinciale hanno perso il loro guscio di melma fangosa. Birra, vino, tagliatelle e stufato poi a letto.





QUARTA TAPPA: Monte di Fo - San Piero a Sieve (TRACCIATO QUARTA TAPPA

La mattina della quarta tappa l'atmosfera è surreale, sembra di camminare in un bosco incantato. La nebbia copre tutto e ci aspettiamo che i folletti escano per morderci i piedi (già compromessi nei giorni precedenti) e le fate scendano dai rami per illuminarci la strada. Il silenzio è interrotto solo da piccoli rivoli che scorrono sul sentiero ma d'un tratto un ululato rompe la tranquillità. 

Strano... non può essere un lupo (che sarebbe stato più posato), infatti si tratta di un escursionista pazzo che ci supera correndo a rotta di collo in una discesa ripida tra pietre instabili acqua e fango, la madre, che ci raggiunge poco dopo ci tranquillizza: "niente paura, è scemo". E anche oggi una risata ci aiuta a camminare col buon umore. I sentieri restano pesanti e difficilmente praticabili ma incontriamo salamandre coloratissime e lumaconi da mezzo chilo che accendono la nostra curiosità. Il ginocchio scricchiola, ed io che da vero duro non uso bastoni, devo rubarne uno alla compagna di viaggio. 

A mezza giornata la nebbia si dirada e l'orizzonte inizia a mostrarsi, finalmente qualche scorcio della campagna toscana che rivedremo volentieri in una prossima occasione, ricordando il tormentone che ci ha accompagnati mentre camminavamo stanchi nella coltre grigiastra: "però... bella la campagna toscana eh?". Passata Sant'Agata lasciamo il bosco e il paesaggio cambia, i campi coltivati ci conducono fino a San Piero a Sieve dove per la prima volta troviamo un alloggio super confortevole. Incontriamo alcuni amici toscani che ci raggiungono per un caffè e coi quali chiacchieriamo volentieri, l'indomani la partenza sarà prima dell'alba perché la tappa è lunga, ma ancora una volta una buona cena ci rilassa e ci prepara alla fatica.




QUINTA TAPPA: San Piero a Sieve - Firenze (TRACCIATO QUINTA TAPPA)

Finalmente il cielo si apre, iniziamo a salire verso la Fortezza di S.Martino ammirando la parte vecchia di S.Piero a Sieve, poi svoltiamo e continuiamo a salire fino al Castello di Trebbio. Il piccolo borgo è meraviglioso e il paesaggio è da cartolina. La nebbia che nei giorni passati ci avvolgeva ora è sotto di noi e come una coperta bianca protegge la vallata sottostante. 

L'umore è alto e solo più avanti, quando scendiamo di quota verso Tagliaferro, un po' di foschia ci raggiunge ma l'abbandoniamo lungo la salita per il Convento di Monte Senario. Qui molti camminatori si sono fermati per il pranzo, lo facciamo anche noi e ci crogioliamo per un po' al sole. Rifocillati iniziamo la discesa passando per gli orti e il bosco del convento, ci attende un alternarsi di asfalto e sentieri, poi entriamo nel bosco che porta fino a Poggio Pratone dove una distesa d'erba verdissima è meta per le gite fuori porta degli abitanti del luogo. 

Da qui iniziamo a scorgere in lontananza Fiesole e Firenze e ci illudiamo di essere vicini. Non ci sono più salite e arriviamo in poco tempo a Fiesole dove incontriamo i visi noti dei ragazzi che più volte abbiamo incrociato durante il cammino. Molti a Fiesole si arrendono consapevoli che buona parte del tratto mancate sarà su asfalto, ma noi risoluti a completare il percorso "da piazza a piazza", muoviamo per l'area naturale di Montececeri che ci accoglie con i suoi splendidi boschi, le cave, le astronavi scolpite nella pietra e i segnali CAI che segnano un chilometraggio crescente per la nostra destinazione generando un po' d'ansia. Per la prima volta in cinque giorni riusciamo a perderci, anche se solo per un breve tratto che ci avrebbe condotti (neanche a dirlo) alla "variante del Dirupo". 

Usciamo dal bosco sulla strada per Maiano e da qui, salvo un brevissimo tratto, inizia l'odissea dell'asfalto. Il lato tragicomico di questa tappa non viene da soggetti esterni, siamo noi stessi le macchiette, la camminata ormai è "a papera" e ricordo l'orrore provato a Firenze quando abbiamo scoperto di dover attraversare la ferrovia salendo i ripidi gradini di ferro di un cavalcavia. Le gambe molli dopo 8 km di asfalto che concludevano i 45km della giornata, tra un "manca molto?" e un "siamo arrivati?". 

Poi finalmente piazza della Signoria, splendida, resa ancor più bella dalla soddisfazione enorme di aver raggiunto l'obbiettivo. Cosa c'è di meglio di un aperitivo in piazza? Niente, neanche l'aperitivo, perché dal locale in cui ci accingevamo a sederci ci hanno cacciati in quanto pezzenti puzzoni. Ma va bene così, nulla ci toglierà la felicità dal cuore e la bellezza dagli occhi, certo per la stanchezza dai piedi ci vorrà un po', intanto ci prendiamo un taxi per percorrere il chilometro che ci separa dal B&B, facciamo finta che l'alloggio sia meraviglioso, ordiniamo una pizza, cuciamo i piedi e domani vedremo Firenze.


In totale 147 km percorsi, e 4670 metri di dislivello positivo. Stanchezza, umidità, risate, natura, belle persone e la consueta soddisfazione di fine cammino che voglio riprovare al più presto.